27.3.12

Spazio Intellegibile


Quello che differenzia l’Architettura del passato (ovviamente?) dall’Architettura del presente non sono gli aspetti dello stile o delle forme. L’architettura del passato, l’architettura nel passato, di qualunque cultura fosse la manifestazione, si mostra come uno spazio intellegibile, quale che fosse il suo sistema costruttivo, compositivo, di stile.  Se da una parte questo fatto derivava dalle sicure garanzie che questa concezione fornisce alla distribuzione dei carichi che gravano sulla costruzione, dall’altro bisogna tener conto del forte significato simbolico di certe forme, che potremmo definire archetipi. Un significato che, sì, proviene dall’uomo e che quindi è il riflesso della sua mente, ma che stabilisce un contatto con l’archetipo in un tempo quasi istantaneo. A titolo di esempio, la linea orizzontale. Per essere ancora più astratti, poiché parliamo di archetipi, il concetto di orizzontale. Quanto può essere forte per l’uomo, in termini di significato, questo concetto? Forse è solo il frutto di intellettualizzazioni a posteriori senza fondamento, eppure trovo difficile non concordare sul fatto che, da quando l’uomo è diventato sedentario fino, almeno, alla rivoluzione industriale, egli  abbia trovato essenziale poter distinguere due luoghi distinti: quello della natura da quello della comunità. Quello dell’insicurezza da quello della sicurezza. Quello dell’ignoto da quello che è noto. Una distinzione netta, che fornisce un’informazione, a mio avviso, di indiscutibile importanza. Se accettiamo questa base, possiamo estendere il ragionamento all’intera composizione spaziale. Uno spazio identificabile, in cui l’ortogonalità distingue quel luogo in quanto si oppone visivamente alla casualità con cui si manifesta la natura. In cui degli elementi ben definiti si ripetono, si combinano tra loro, creano determinate prospettive inquadrando determinati scenari, siano essi urbani o naturali. Un’architettura che, insomma, definisce, nel senso letterale del termine, traccia un segno chiaro; se potesse parlare direbbe << Al di qua è ordine, al di là è altro>> Ecco cosa accomuna una pagoda cinese con ad un tempio greco piuttosto che al tempio Azteco.

Architettura come spazio intellegibile. Possiamo dire lo stesso dei nostri tempi?

Oggi, con la libertà offerta dai materiali e dalle tecnologie nuove, l’architettura si è svincolata dalla “necessità statica” che caratterizza questo tipo di spazio intellegibile. Il passo successivo, come è facile immaginare, è stato il separarsi da questo tipo di spazialità, una volta che l’esigenza costruttiva a cui era legata è venuta meno. Questo è sotto gli occhi di tutti, con intensità maggiore per chi vive nei grandi centri urbani. Così molto spesso oggi capita di trovare forme libere, dove “libero” è sinonimo di estremo, talvolta senza controllo; gratuito. Quello che, forse, non si è svincolato ancora è l’uomo dai significati che per secoli ha assegnato a determinati archetipi e nei quali è andato riconoscendosi nel corso del tempo.
Questa non vuole essere una invettiva contro le forme organiche o l’architettura degli ultimissimi anni. Tutt’altro. Bisogna però guardare le due facce della medaglia. La libertà estrema di espressione, se da una parte significa sviluppare ulteriormente l’architettura e farla evolvere nel tempo, dall’altra vuol dire anche che anche la gratuità ha maggior modo di dilagare. E quando ciò che è gratuito, non ponderato diventa fenomeno di massa, soprattutto in architettura, non è utile: è dannoso. Ha senso ricreare una giungla artificiale dopo che si è fuggiti da quella naturale, attraverso la creazione di uno spazio comprensibile e riconoscibile, passando dal disordine all’ordine, tutto questo altrimenti detto architettura?
Personalmente ho molte riserve nelle attuali dinamiche della società nei confronti delle Archistar, ricalcando in questo il pensiero di Vittorio Gregotti. Ritenendo l’architettura un lavoro che richiede tempo ed elaborazione, non vedo perché si debba a priori plaudere ad un progetto di un architetto celeberrimo, e non di colui che invece, umilmente, nel silenzio mediatico, ha la possibilità di sviluppare un buon progetto senza le tensioni che derivano dall’eccessiva visibilità. O ancora la possibilità dedicare tutto il tempo necessario perché non ha l’agenda affollata da altri impegni, per esempio. Un nome famoso non è sinonimo di un buon progetto, non necessariamente. Il buon progetto prescinde dalla fama, dalla moda formale, perché non sarà la fama a far stare in piedi la vostra casa né la forma  incredibile ma gratuita ad inserirsi in modo adeguato in un determinato contesto urbano.
Ecco: mettiamo l’accento sul progetto, meno sull’idolatria di chi lo ha concepito.
Sempre che riteniamo ancora che l’architettura sia un fenomeno sociale il cui fine è l’uomo e non viceversa, cioè che l’architettura sia un mezzo per la fama del singolo  sfruttando la visibilità sociale.



Alfonso Menu

1.3.12

Sardinia, metropolis is coming! (famous comics scene)


Zero gravity


Big hands, small thoughts, no words


ben-essere progettuale


Questo articolo non avrà niente di scientifico. Voglio invece parlare dell’aspetto terapeutico di questo mestiere.
Come ogni attività dell’uomo, ci sono due modi di praticarla: con amore o senza. Nella seconda categoria rientrano noia, dovere, costrizione etc..  Quando facciamo buona progettazione, se siamo coinvolti in quello che stiamo facendo in quel momento, ne risente positivamente la nostro spirito, nello stesso tempo la mente e la psiche. È un segnale che bisogna cogliere al volo. Perché abbiamo bisogno di questo “feedback” sensoriale per capire che direzione stiamo prendendo, così come il medico si basa sulle reazioni positive del paziente per capire che gli sta dando la giusta cura. E qui veniamo al secondo punto: come questo senso di benessere si può trasmettere da chi progetta a chi guarda; dall’architetto all’utente.
Io vivo nel secolo dell’informatica, dove i valori (se si può parlare ancora di valori, perché forse sarebbe più corretto dire priorità) si sono invertiti. Dove cioè che è armonioso è sinonimo di noioso, dove sorprendere è la parola d’ordine, dove la stravaganza della forma determina il successo sociale. Ma se l’architettura ha in sé il germe dell’eternità (che si manifesta quando  essa diventa rovina) allora bisogna difendere costantemente la propria alternativa a questa visione delle cose. A patto di averla, certamente: oggi ci vuole molto più fegato a difendere un cubo perfetto piuttosto che una forma affascinante ed autoreferenziale; la situazione si è invertita nell’arco di nemmeno 2 secoli. E non credo sia una coincidenza il fatto che a questa attitudine corrisponda una pressoché inesistente attività teorica da parte dei più tra gli architetti.
“L’Architettura nasce dai bisogni reali, ma essa va al di là di essi; se vuoi scoprirla, guarda le rovine.”
1923: l’architettura abbandona definitivamente l’ordine.
Quando abbandonerà allora il disordine?
Chi oserà costruire alternative al pensiero dominante del nostro tempo? A chi toccherà aprire la strada verso la nuova Architettura?  Chi avrà la volontà di proporre  nuovamente luce e ombra, pieno e vuoto e il rapporto di tutto questo? Ma sopratutto chi oserà dire (e fare): Armonia?

Alfonso Menu